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Recentemente, in una conferenza presso la Bundesbank, il presidente della Banca Centrale Mario Draghi, ha dichiarato quanto segue: “Ci sono forze nell’economia globale di oggi che contribuiscono a tenere bassa l’inflazione. Anche di fronte a shock globali prolungati è ancora la politica monetaria che determina a medio termine la stabilità dei prezzi”.

A distanza di circa un anno dall’inizio del Quantitative Easing è ormai chiaro a tutti che il “bazooka di Draghi”, così venne definito dai media, non ha raggiunto gli obiettivi sperati: le banche non hanno incrementato i loro prestiti al settore privato, e l’inflazione non ne vuole sapere di aumentare.

Come spesso accade in questi casi, anziché ammettere il fallimento della cura (QE) sul paziente malato (economia dell’Eurozona), si cercano scuse tirando in ballo fattori esterni (crollo del prezzo del petrolio) che avrebbero annullato gli effetti benefici della cura.

Siamo alle solite, gli economisti mainstream ogni volta che devono scegliere tra i loro modelli economici astratti e la cruda realtà dei fatti, mettono in discussione la seconda. Come disse Hegel “se la teoria si scontra con i fatti, tanto peggio per i fatti”. Se poi ci va di mezzo la sofferenza delle persone, tanto peggio per loro…

In tempi non sospetti c’era chi, con almeno due anni di anticipo rispetto alla data di inizio del QE nell’Eurozona,  spiegava i motivi per i quali il QE non avrebbe avuto effetti benefici sull’economia reale (crescita e occupazione) e non avrebbe stimolato né l’inflazione né i prestiti bancari al settore privato (clicca qui http://memmt.info/site/bene-per-le-azioni-meno-per-leconomia/).

Il ragionamento alla base di tale critica si basava sull’idea che il QE, consistendo in scambi di moneta di banca centrale (riserve) con Titoli, avrebbe di certo aumentato la disponibilità di riserve detenute dalle banche provocando una riduzione dei tassi d’interesse, ma non avrebbe avuto effetti sull’economia reale poiché, tali riserve, non possono uscire dai bilanci delle banche.

Inoltre si affermava che l’aumento delle riserve bancarie non avrebbe in alcun modo generato un aumento dei prestiti da parte delle banche al settore privato. Anche qui il ragionamento è semplice: le banche prestano se vedono l’opportunità di realizzare un profitto a prescindere dal livello di riserve che hanno in bilancio; in una economia reale massacrata dalle misure di austerità come quella attuale, per quale assurdo motivo le banche dovrebbero fare prestiti a cittadini ed imprese se la probabilità di rivedersi restituita la somma prestata è sempre più bassa? Non a caso oggi il settore bancario è in crisi proprio a causa dell’enorme quantità di crediti deteriorati nei propri bilanci.

Ma v’è di più.

Warren Mosler, il più geniale tra questi economisti, afferma che, a parità di altre condizioni, l’abbassamento dei tassi d’interesse generato dal QE, rischia di essere addirittura deflattivo poiché riduce i redditi da interessi del settore privato.

Se anche non si volesse credere alla ricostruzione logico/intuitiva qui riportata, sarebbe stato sufficiente andare a vedere i recenti dati empirici: prima del Bazooka di Draghi altri paesi hanno implementato il QE portando a zero i tassi d’interesse ed hanno reiterato questo comportamento per diversi anni. Il Giappone ad esempio ha prolungato questa strategia per 10 anni e non ha ottenuto effetti positivi sull’inflazione. Lo stesso vale per gli Usa.

Ma come si può chiedere a Mario Draghi di imparare dai dati empirici quando la teoria economica su cui basa le proprie scelte, prescinde totalmente dalla realtà? 

E soprattutto, come si può pensare di generare inflazione senza aumentare la capacità di spesa del settore  privato?

La politica monetaria di Draghi non funziona perché non aumenta la ricchezza finanziaria netta del settore privato, anzi la riduce, e quindi non aumenta la capacità di spesa di cittadini ed imprese.

È la politica fiscale che funziona. Deficit pubblici elevati generano un aumento della ricchezza finanziaria del settore privato aumentando la capacità di spesa di cittadini ed imprese.

Giappone e Stati Uniti infatti  hanno in parte superato la crisi economica e ridotto la disoccupazione, non grazie al QE, ma attraverso politiche fiscali espansive: esplosa la crisi nel 2008, il Giappone realizzò  deficit pubblici intorno al 9% del PIL per almeno 4 anni consecutivi mentre gli Stati Uniti raggiunsero  addirittura il 13% per diminuirli  negli anni successivi rimanendo comunque abbondantemente sopra il 6% almeno fino al 2013.

disavanzo 2007-13

Fonte Ocse

Caro Draghi, mettiti pure l’anima in pace, la politica monetaria non funziona né nel breve, né nel medio, né nel lungo periodo. La cura si chiama politica fiscale espansiva ed è proibita nell’eurozona.

In alto il deficit!

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